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"Il Silenzio di Abram" di Marcello Kalowski

Marcello Kalowski racconta la storia di suo padre, dapprima con l'ingenuità e la tenerezza di un bambino e poi con la consapevolezza e la lucidità di un adulto, mettendo insieme i frammenti di un anima celata da una maschera fatta di sorrisi, interessi, slanci entusiastici verso la vita.

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Pubblicato in On book
Sabato, 30 Gennaio 2016 12:00
"Il Silenzio di Abram" di Marcello Kalowski

 

La rubrica letteraria OnBook è felice di ospitare la riflessione di Rosanna Radicci scaturita dalla lettura del libro "Il Silenzio di Abram - Mio padre dopo Auschwitz" dello scrittore romano Marcello Kalowski, ieri a Castellaneta per presentare la sua opera presso l'IISS Flacco

 

 

Anche quest'anno, il 27 gennaio è stata celebrata la Giornata della Memoria, nel ricordo della liberazione del campo di concentramento di Aushwitz, il 27 gennaio 1945.

Come di consueto la commemorazione ha previsto la visione di filmati e la lettura di innumerevoli ricostruzioni storiche dell'Olocausto. Tuttavia, ancora una volta ho avuto l'impressione di trovarmi di fronte a un film dell'orrore piuttosto che alla testimonianza di un evento tragico che ha segnato la storia dell'umanità.

Avverto un senso di sgomento. Sono disorientata, eppure nutro un certo distacco che mi permette di riprendere il contatto con il presente. Mi rendo conto che questo non significa ricordare, che la memoria si concretizza solo attraverso un legame indissolubile con il passato, un passato che non solo non deve essere dimenticato ma deve anche diventare presente.

Prendo coscienza del fatto che per quanto ognuno di noi possa approfondire l'argomento, nessuno potrà mai cogliere il significato di un episodio così doloroso ed aberrante della nostra storia.

"Il silenzio di Abram" non racconta le atrocità dei campi di sterminio, non espone le liste abominevoli delle vittime, non enumera le morti, bensì ci rende testimoni della storia di un uomo che pur sopravvivendo ai campi di sterminio non ne è mai uscito vivo.

È la narrazione di un'esistenza ricostruita con coraggio, cercando di rimarginare ogni ferita e di tenerla nascosta il più possibile.

Marcello Kalowski racconta la storia di suo padre, dapprima con l'ingenuità e la tenerezza di un bambino e poi con la consapevolezza e la lucidità di un adulto, mettendo insieme i frammenti di un anima celata da una maschera fatta di sorrisi, interessi, slanci entusiastici verso la vita.

Una maschera che Abram si concede di calare solo in poche occasioni, per brevi momenti, lasciando trapelare i vuoti di un'esistenza martoriata e di un'identità irrecuperabile.

È la testimonianza di un uomo che, non riuscendo più a mentire a se stesso e alla sua famiglia, cade in una depressione che si fa strada nell'isolamento, trovando la sua espressione in un silenzio che si fa più esplicito di qualsiasi rivelazione.

È la storia di un dopo che non ci lascia esclusi. È un invito a una riflessione intima e ineluttabile sull'essenza stessa della nostra fragile umanità.
L'umanità che deve essere difesa, al di là di qualsiasi religione. E il primo passo per salvare noi stessi è il prendere coscienza della nostra natura, che ci rende carnefice oltre che vittima. Attorno a queste due possibilità grava il peso del dono più prezioso che la vita ci ha concesso: la libertà.

"L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio." (Italo Calvino, Le città invisibili)

 

Rosanna Radicci

 

 

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